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Storie di carta e di altre confezioni

Un giorno, non ricordo esattamente quando ma mi pare che fossimo verso la fine degli anni ’50, nella nostra parca vita di periferia irruppe la modernità.

La lattaia, ritirata la bottiglia di vetro (e restituitami la cauzione), mi mise davanti uno strano oggetto che si chiamava “Tetra qualcosa”: nome derivato dal tetraedro, il solido geometrico col minor numero di superfici piane (quattro triangoli equilateri).

In quel momento pensai, come qualcuno più tardi in una circostanza ben più solenne, che ciò che avevo tra le mani era “un piccolo passo per l’uomo…”, con quel che segue.

L’oggetto, comodo da chiuso perché poteva poggiare su qualsiasi faccia, una volta aperto -  mediante il taglio di uno spigolo – diventava di difficile “gestione” e bisognava trasferire il latte in un apposito pentolino.

E qui sarebbe il caso di aprire una parentesi sulla conservazione dei cibi in un’epoca nella quale il frigorifero non era ancora presente in tutte le case (parrà strano, ma un tempo era così…): ve lo risparmio per non farla troppo lunga, riservandomi magari di riprendere l’argomento in un’altra occasione.

tetrapakIl Tetra Pak (così si chiamava: termine entrato poi nel linguaggio comune, anche se col tempo ha perso la forma caratteristica) rappresentò una svolta, introducendo nei nostri comportamenti domestici il concetto di “rifiuto”.

Era il primo imballaggio col quale ci si trovava a dover fare i conti: fino ad allora le confezioni, alimentari e non, erano generalmente tutte riutilizzabili.

I prodotti alimentari, salvo rare eccezioni (barattoli di conserva o di marmellata), erano venduti sfusi: lo zucchero in una speciale carta azzurra (colore “carta zucchero”, appunto), la carne entro una pesante carta giallastra (più tardi sarà interposto un foglio di carta “oleata”), gli ortaggi nella cosiddetta “cartastraccia”, le uova ed altri prodotti, in qualche modo “protetti” dal contatto, nella carta di giornale o di riviste, spesso fornita dai clienti.

In casa mia c’era un particolare rapporto affettivo con la carta stampata, per via del padre tipografo e della passione di tutti per la lettura, e tutta quella che “entrava” veniva riusata o portata al venditore di uova.

Il più importante utilizzo consisteva nel formare palle di carta compressa, dopo averla macerata in un mastello, essiccarle al sole e conservarle per bruciarle in inverno nella stufa (le case erano riscaldate con stufe a legna e a carbone).

Un uso meno “nobile” della carta di giornale, che vi lascio immaginare, era legato alla ancora ridotta commercializzazione della carta igienica.

Una quindicina di anni fa, nei bagni pubblici della stazione di Santa Clara a Cuba, ho provato una certa nostalgia nel vedere i ritagli della “Granma” fissati ad un chiodo nel muro; io però non me ne sono servito: da buon occidentale “evoluto”, in viaggio porto sempre con me un rotolo di “doppio velo”.

Foto di naturewise

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4 commenti all'articolo “Storie di carta e di altre confezioni”

  1. Gabriella scrive:

    Io poi non ho ancora capito se il tetrapack sia materia differenziabile o meno. Andrà con la carta? con l’alluminio? nella raccolta generica? Chi lo sa!
    Il mio Comune si guarda bene dal risanare le proprie finanze, gestendo bene “almeno” i rifiuti!

  2. claudia scrive:

    Per il tetrapak dipende dalle aziende che si occupano della raccolta dei rifiuti. Qui a Reggio Emilia va con la carta, per esempio, ma so che non è così ovunque.

  3. Jappo scrive:

    Per tutti quelli che hanno dei dubbi riguardo al fatto che il proprio comune ricicli o no il tetrapak consiglio d usare questo link:

    http://www.tiriciclo.it/

    c’è una bellissima mappa interattiva e diverse spiegazioni su cosa e come fanno a riciclarlo.

    PS nei comuni che lo riclicano lo ritirano nella carta, in quelli che nn lo fanno lo buttano nell’indifferenziato.

    -Jappo-

  4. claudia scrive:

    Jappo, grazie della segnalazione! Sito molto utile…magari ne parleremo in un post, per dargli più visibilità…

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